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mercoledì, Novembre 20, 2019
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di Federico Giovannini

Samuel Langhorne Clemens è considerato uno dei più grandi umoristi di tutti i tempi. Romanziere di grandissimo successo secondo alcuni, dai suoi scritti, deriva la narrativa moderna americana.

Più noto con il suo pseudonimo Mark Twain, ci lasciò diversi aforismi, uno dei quali descrive con tinte ironiche quello che succede quando proviamo a svegliare qualcuno dal sonno della ragione:

“E’ più facile ingannare la gente piuttosto che convincerla di essere stata ingannata.”

In qualche modo il suo aforisma condensa quella che è l’essenza del mito della caverna di Platone.

C’è chi si affanna ad avere un eloquio più convincente o argomenti più inoppugnabili. Chi si appella alla Scienza o elabora ragionamenti con logiche stringenti. Ma nonostante tutto il più delle volte non funziona, si fa una fatica sfibrante e la persona rimane nella sua caverna, spesso reagendo anche violentemente; ma perché?

In molti si sono fatti questa domanda in particolare nell’occasione del falso attentato dell’11 settembre quando hanno provato a raccontare quello che avevano scoperto, all’amico, al vicino, al familiare.

Personalmente fino a poco tempo fa mi rispondevo che era una questione psicologica: c’era un blocco emotivo. Ammettere che il governo americano potesse solo concepire di uccidere 3000 loro concittadini era una cosa impensabile.

Tuttavia qualcosa non tornava.

Personalmente interloquivo con persone italiane quindi tutto questo trauma nel pensare che elementi deviati del governo e dei servizi segreti americani (e di altri ovviamente) ammazzassero serenamente migliaia di innocenti non era una cosa così terribile da mandare giù, in fondo il governo americano è noto che, nel corso della storia, ha fatto di peggio in quanto a numeri.

Anche credere che tutti i giornali ci avessero mentito o comunque sarebbero stati così accondiscendenti tanto da coprire le evidenze di un complotto, non è tutto questo “trauma” per l’italiano, abituato a essere preso in giro continuamente.
Il nocciolo duro della verità doveva risiedere da qualche altra parte.

A un certo punto mi è arrivata una nuova chiave di lettura.

Non è una questione inconscia o di logica, non è un problema emotivo o psicologico: è la ferita dell’ego.

Per ingannare qualcuno devi essere più intelligente di lui e visto il panorama attuale, francamente, non è una missione impossibile. Convincere qualcuno di essere stato ingannato invece significa misurarsi con il suo ego.

In uno scontro di ego non ha nessuna importanza la logica o l’emotività, tutti (gli ego) vogliono avere ragione. Ammettere di essere stati ingannati significa fare una brutta figura con se stessi per prima cosa (ferita dell’ego) e poi con il proprio interlocutore (scontro tra ego). In una tale “tempesta di ego” le persone preferiscono sconfinare nello scherno o addirittura nella violenza piuttosto che ammettere di avere torto.

Tanto più forte sarà la nostra insistenza (frutto sempre dell’ego) tanto più forte sarà la reazione contraria dell’altro. Tanto più rivoluzionaria sarà la verità da digerire, tanto più grande sarà la ferita dell’ego, tanto più la reazione sarà scomposta.

Insomma tutto questo giro per capire che alla fine sono io il problema, anzi il mio ego che si contrappone a quello dell’ego dell’interlocutore che in ogni caso non è per nulla ben disposto a considerare di essere stato fregato.

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