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Inchiesta Angeli e Demoni, i casi più clamorosi dei bimbi “strappati” di Bibbiano/ Seconda puntata

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Seconda puntata dell’inchiesta di Fanpage basata sulle carte dell’inchiesta di Bibbiano, comune di 10mila abitanti in provincia di Reggio Emilia, al centro di una tempesta giudiziaria per i casi di affidi illeciti di bambini strappati alle loro famiglie per motivi inventati e a scopo di lucro. Emergono nuovi dettagli sull’inchiesta “Angeli e Demoni” che ha scosso l’Italia: come il caso di un bambino affidato alla cuoca (lavoratrice irregolare) de La Cura che così veniva retribuita e il racconto di abusi e omicidi inventati la notte di Halloween. Mentre sul sindaco di Bibbiano, che resta agli arresti domiciliari, ci sarebbero “familiarità e comunanza di intenti” tra gli indagati


BIBBIANO (REGGIO EMILIA) – Ci sono molti aspetti poco chiari sulla vicenda “Angeli e Demoni”, l’inchiesta sugli affidi illeciti e i bambini strappati senza motivo alle famiglie a Bibbiano, comune di 10mila abitanti in provincia di Reggio Emilia, che ha scosso profondamente l’opinione pubblica italiana. Mentre il numero dei fascicoli sugli affidi illeciti ricontrollati dal tribunale dei minori di Bologna aumenta, così come quello dei comuni che sarebbero coinvolti, il punto di partenza è l’ordinanza firmata a fine giugno dal giudice per le indagini preliminari Luca Ramponi, che ha portato a misure cautelari per 18 persone, accusate a vario titolo di frode processuale, depistaggio, maltrattamenti su minori, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, abuso d’ufficio, peculato d’uso e lesioni gravissime. Fanpage ha esaminato tutte le 277 pagine dell’atto e dopo la prima puntata di approfondimento del documento, la seconda puntata riguarda soprattutto le storie di chi è coinvolto in prima persona della vicenda.

Disturbi intestinali diventavano abusi sessuali

Tutto cominciava con “voci di paese” e segnalazioni anche di alcune insegnanti. Ma c’era anche chi sarebbe finito nel vortice degli incontri tenuti da psicologi e assistenti sociali quasi per sbaglio. Come due fratellini di origine africana, un maschio e una femmina, accompagnati al pronto soccorso di Montecchio dai genitori nel 2015. “Il padre della bambina riferiva i forti dolori accusati nel tentativo di defecare”. È l’unico a parlare un po’ l’italiano. Eppure, i sanitari assicurano che la madre dei piccoli, già in cura presso il centro di salute mentale di Reggio Emilia, abbia rivelato il sospetto di abusi sessuali da parte dell’uomo sulla figlia. Gli esami dicono il contrario, i possibili fraintendimenti a causa della lingua non sono da escludere, ma nonostante tutto, da quel giorno, ecco un’altra famiglia rimasta impigliata nel sistema ancora poco chiaro degli allontanamenti di minori in Emilia.

La fidanzata di Foti e quei 6mila euro

Un’assistente sociale dell’Unione Val D’Enza, Cinzia Magnarelli, pure lei indagata, anche attraverso relazioni false (punto in comune fra tutte le storie familiari che si intrecciano in questa vicenda) riesce persino a indurre l’allora sindaco di Montecchio a redigere una richiesta da 6.000 euro al Fondo per le vittime dei reati per pagare la terapia che, ovviamente, sarà affidata a Nadia Bolognini, compagna di Claudio Foti, psicoterapeuta e direttore scientifico della onlus Hansel e Gretel di Torino, al quale il tribunale del riesame di Bologna, qualche giorno fa, ha revocato gli arresti domiciliari, disponendo solo l’obbligo di dimora nel suo comune, Pinerolo, “con possibilità di svolgere la sua professione” e la misura è limitata “al capo d’accusa sull’abuso d’ufficio“, dice il suo avvocato. Nell’ordinanza firmata dal gip lui e la compagna sono definiti il “faro” del metodo adottato per gli allontanamenti nella terrificante inchiesta nel Reggiano. E per movimentare soldi pubblici, si sarebbe ricorsi anche a questo: alla produzione di documenti falsi, con dichiarazioni tutt’altro che fondate, per ottenere fondi da far arrivare poi alla onlus o alla Sviluppo Intelligenza Emotiva srl (sempre riconducibile a Foti e Bolognini) tramite il centro La Cura di Bibbiano.

Foti indagato per maltrattamenti in famiglia

E nelle ultime ore sono arrivate anche nuove accuse per Claudio Foti, psicoterapeuta della onlus Hansel e Gretel di Torino. È stato indagato anche per maltrattamenti nei confronti della moglie e dei figli. Alla contestazione si è arrivati ascoltando intercettazioni fatte per altri reati, in particolare nei confronti della compagna, Nadia Bolognini, anche lei indagata e finita ai domiciliari. Nei giorni scorsi la stessa misura, inizialmente disposta anche per Foti, è stata invece per lui revocata dal Riesame e sostituita con un obbligo di dimora nel comune di Pinerolo. Dei maltrattamenti in famiglia si faceva riferimento anche nell’ordinanza del Gip, dove Foti veniva definito “portatore di una personalità violenta e impositiva”.

Così cambiavano i disegni dei bambini

Ma di storie ed episodi al limite fra l’incubo e la realtà, nelle 277 pagine dell’ordinanza, ce ne sono tante. Ad esempio, c’è la vicenda del disegno di una bambina di 9 anni, dislessica e con difficoltà motorie, modificato da una psicologa dell’Asl di Reggio per avvalorare la tesi dell’abuso subito dalla piccola da parte del compagno della madre. Si tratta di Imelda Bonaretti, la stessa che alla mamma della bambina, poco convinta dell’abuso al punto da non avere alcuna intenzione di denunciare il compagno, dice “fai tutto quello che i servizi ti dicono”. Poi ci sono anche le innumerevoli bugie raccontate ai bambini sui loro genitori (o sui nonni o altri parenti affidatari), descritti come violenti, alcolizzati o drogati.

Regali e lettere mai consegnate

Ci sono le letterine e i regali mai consegnati, le relazioni nelle quali si parla di violenze anali, giochi erotici in casa o si descrivono spoglie e senza giocattoli delle abitazioni che invece, come verificato dai controlli dei carabinieri, erano tutt’altro che luoghi dov’era difficile crescere dei bambini. E poi ci sono i sospetti degli indagati di essere intercettati, i loro tentativi di fare pressione su questo o quel giudice del tribunale dei minori per temporeggiare nelle decisioni finali quando necessario, la loro insistenza nel volersi opporre alle archiviazioni sulle indagini per i presunti abusi da parte dei genitori e, soprattutto, c’è la disperazione di bambini che a tratti non capiscono proprio cosa gli stia succedendo. “Non mi ricordo perché non li posso più vedere” dice una piccola.

Una bimba plagiata: “Mio papà assassino di Halloween”

Fra i racconti più assurdi ce n’è uno in particolare che viene attribuito a una bambina di Mirandola allontanata nel 2011 per via dei problemi economici della sua famiglia, seguita da La Cura dal 2017 e affidata ad un’altra persona vicina agli indagati, di Fornovo (Parma) che fa parte dell’associazione di sostegno ai minori “Rompere il silenzio”. Nel direttivo, oltre alla diretta interessata, ci sono anche Foti, Bolognini e l’assistente sociale Francesco Monopoli, definito nelle carte il “deus ex machina” del sistema messo in piedi, insieme alla dirigente del servizio Federica Anghinolfi. Dopo un incontro con la Bolognini, a ottobre 2018, la bimba inizia a raccontare di omicidi plurimi commessi dal padre durante la notte di Halloween, quando lei aveva tra i due e i quattro anni. Parla di uomini mascherati che sedavano altra gente, le portavano in casa e lì prima commettevano violenze sessuali e poi li uccidevano. Non solo: il padre avrebbe anche truccato il volto dei bambini con sangue dei cadaveri e così conciati avrebbero bussato a diverse porte per il tradizionale “dolcetto o scherzetto” di Halloween.

Le affinità con l’inchiesta Veleno

Gli inquirenti precisano che la Bolognini ha atteggiamenti fortemente induttivi per far emergere nella ragazzina “l’essere cattivo che dimorava dentro di lei” e che ad un certo punto la terapeuta pratica anche una sorta di esorcismo nei suoi confronti, anche perché la bambina diventa poco dopo sempre più aggressiva e instabile. Taglia libri a pezzetti e riempie la stanza di scritte con il pennarello indelebile (“viva l’Isis”, “l’odio vince sempre”, “evviva la morte”) e  anche l’affidataria pensa che sia meglio affidarsi al metodo degli esperti di Hansel e Gretel. Esperti sui quali sembra che in tanti, leggendo le carte, condividano davvero il metodo, senza alcun dubbio, ma che sono anche legati all’altra indagine che ha macchiato il territorio emiliano negli anni precedenti, proprio riguardo gli abusi. Si tratta di Veleno, l’inchiesta del giornalista Pablo Trincia che ha riacceso i riflettori sulla vicenda dei Diavoli della Bassa Modenese. Un capitolo riaperto recentemente da tribunale del riesame e che si lega allo scandalo della vicina Val D’Enza nei modi, in alcuni dettagli (come questa raccapricciante storia di Halloween, anche se nell’altro caso si parlava di satanismo e messe nere) e in alcuni nomi. Su tutti, quelli dei responsabili di Hansel e Gretel (allora non c’era la Bolognini ma la prima moglie di Foti, Cristina Roccia), lo stesso centro di cui facevano parte proprio le psicologhe che interrogarono i bambini di “Veleno”. E anche il metodo utilizzato è sempre lo stesso, finalizzato ad un vero e proprio lavaggio del cervello, come lo definisce il testo dell’ordinanza.

Un bimbo affidato a una cuoca in cambio di soldi

Un’altra storia al limite è quella che riguarda un altro minore, di nuovo a Montecchio. Dopo la separazione dei genitori, il piccolo si trasferisce da Lamezia Terme al piccolo paese emiliano insieme alla madre, che viene presa in carico dai servizi sociali per disagio di tipo economico. In seguito ad una confidenza fatta dal piccolo alla mamma, riguardo un presunto abuso subito dal padre, la signora si reca dai carabinieri per sporgere denuncia, ma alla fine delle indagini il caso viene archiviato. Il piccolo inizia comunque la terapia e dalle informazioni raccolte dagli inquirenti emerge che, sebbene il bambino non abbia mai abbandonato la madre, Federica Anghinolfi aveva presentato nel frattempo la “dichiarazione di disponibilità all’affidamento familiare” per conto di un’altra donna, estranea alle indagini, che tra il 2017 e 2018 diventa così l’affidataria dello stesso bimbo. Il giochetto è spiegato “candidamente” dalla stessa donna durante la sua deposizione: “La conoscenza con i servizi sociali della Val D’Enza è avvenuta nel 2016, quando a seguito di difficoltà economiche fui indirizzata dal centro per l’impiego a svolgere un tirocinio formativo di segreteria”. Un impegno pagato 550 euro al mese, fino a luglio 2016. Durante questa esperienza “conobbi Federica Anghinolfi la quale, dopo un po’ di tempo dalla fine del tirocinio e alle mie richieste di poter lavorare, mi propose di fare la cuoca presso l’APP (tecnicamente: struttura pomeridiana di aggregazione per giovani, ndr) di Montecchio Emilia per tre volte alla settimana e in cambio avrei ricevuto un contributo di 360 euro mensili. Federica mi disse che era necessario formalizzare la mia attività attraverso un documento”. E questo documento era proprio quello in cui si formalizzava in realtà l’affido illecito in sostegno al bambino in questione, “di cui non ricordo neanche il nome. In realtà né nel 2017 né nel 2018 ho effettuato alcuna accoglienza”, conoscendo di vista madre e figlio “soltanto per il fatto che a pranzo cucino per loro come per tutti gli altri”. La dirigente, inoltre, “mi chiese anche di diventare un tramite per il pagamento delle spese di psicoterapia del ragazzo, senza precisarmi il perché”. Da quel momento, comunque, in questo modo la Anghinolfi riesce a far ottenere alla donna “una sorta di retribuzione per l’attività di cuoca presso la struttura La Cura, in assenza di assunzione formale come dipendente o collaboratrice”, si legge nell’ordinanza, facendo così inserire la voce di spesa nel bilancio dell’Unione come “rimborso spese affido” relativa al minore in questione.

Il ruolo del sindaco del Pd di Bibbiano Andrea Carletti

Neanche con questo racconto si riesce però a comprendere bene quale fosse il ruolo degli affidatari coinvolti e cioè se fossero a conoscenza del meccanismo dietro l’operato degli indagati o meno. Di sicuro, emerge sempre dalle carte, diversi si erano insospettiti circa il giro di soldi richiesto (dai servizi alle famiglie e da quest’ultime ad Hansel e Gretel), ma ad ogni richiesta di chiarimento tutti si sono sentiti rispondere che tali movimenti erano necessari per non precisate questioni amministrative. Anche su questo prosegue l’attività di approfondimento da parte della magistratura, chiamata a svelare pure il ruolo effettivo di Andrea Carletti.

Il sindaco di Bibbiano, delegato ai servizi sociali dell’Unione Val D’Enza, per il quale sono stati confermati di recente i domiciliari, trova spazio nelle carte per diversi aspetti. In primis risulta indagato perché, insieme ad Aghinolfi, Monopoli, Nadia Campani (responsabile ufficio di piano Unione Val d’Enza) e Barbara Canei del servizio sociale (tutti “in concorso tra loro” e “unitamente ad altri membri della giunta” in “corso di individuazione”) avrebbe omesso di effettuare la procedura ad evidenza pubblica “per l’assegnazione del servizio di psicoterapia avente un importo superiore a 40.000 euro”, procurando “intenzionalmente” un “ingiusto vantaggio al centro studi Hansel e Gretel”. I membri del centro studi, poi, che collaboravano con La Cura, ne utilizzavano gratuitamente i locali per le terapie pagate a prezzi gonfiati rispetto al mercato (135 euro l’ora contro 60-70 euro).

E questo è avvenuto “nonostante la Asl di Reggio Emilia potesse farsi carico” dello stesso servizio, evitando un danno “per la pubblica amministrazione ad oggi stimato in oltre 200.000 euro”. Per evitare la procedura pubblica, inoltre, Carletti avrebbe contribuito con gli altri indagati a “spacchettare” l’affidamento del servizio (preventivato a 57.200 euro per l’anno 2019) in due periodi da sei mesi, così da abbassare “fraudolentemente” un valore che avrebbe richiesto necessariamente un’altra via e proseguire con la collaborazione.

“Carletti era sicuramente consapevole”

Il coinvolgimento del sindaco, sempre in concorso con altri, riguarderebbe inoltre gli affidamenti diretti ad un avvocato (Marco Scarpati, anche lui indagato) come consulente giuridico e “difensore di fiducia dei minori affidati ai servizi” (incassando così oltre 70.000 euro dal 2014 al 2018). Ma il nome di Carletti figura anche nelle ultime pagine dell’ordinanza, dove si spiega meglio che “egli era di certo consapevole del coinvolgimento della associazione Hansel e Gretel nel progetto dello spazio La Cura, tanto da darne ampia pubblicità”. Ne parlava come “uno dei centri maggiormente qualificati su questi temi”, partecipava a convegni con Foti e Bolognini e “forniva copertura politica, omettendo di indicare il costo di tale collaborazione e le modalità illegittime della corresponsione dei compensi, anzi falsamente e subdolamente facendo intendere che si trattasse di una mera collaborazione scientifica a titolo gratuito”.

“Si adoperava per consentire la prosecuzione delle attività ottenendo anche un notevole ritorno di immagine” e soprattutto viene descritto nelle carte come una figura con la quale i principali indagati (compresa Sara Testa, psicoterapeuta di Hansel e Gretel) avevano “familiarità e comunanza di intenti”, essendo inoltre a conoscenza di debiti fuori bilancio da parte dell’Unione proprio per garantire la continuità del servizio. “Se hai bisogno di vedermi e parlarmi, per te mi libero sempre” dice in un’occasione alla Anghinolfi, la quale, come gli altri, vedevano in lui un importante punto di riferimento per questioni amministrative e politiche.

Impossibile stabilire eventuali veri abusi

Gli indagati, infine, sospettavano da tempo di indagini e intercettazioni in corso, tanto che in occasione di alcuni controlli a gennaio 2019, in un’intercettazione si sente Monopoli dire “via gli appunti come al solito, via gli appunti come al solito”. “È evidente che quella non era la prima occasione in cui gli appunti erano stati occultati o sottratti” si legge nell’ordinanza, che nel finale riporta una considerazione non di poco conto: fatta eccezione per una ragazzina, l’unica ad aver detto chiaramente durante l’udienza con l’autorità giudiziaria di non aver mai subito gli abusi, si è creato “un effetto paradossale: la prova che i reati sessuali in danno dei minori siano stati commessi non potrà, molto probabilmente, mai essere raggiunta”.

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