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martedì, Novembre 12, 2019
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PERCHÉ SEI POVERO – Guido Grossi

FONTE byoblu
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Ciò che dà valore a un bene è la sua scarsità: meno ce n’è in giro per il mondo e più costa. Pensiamo all’oro o ai diamanti, ma anche alla frutta esotica o fuori stagione, all’acqua nei Paesi industrializzati oppure nel deserto: il mondo capitalistico funziona così, è la legge del mercato.

Per la moneta però non dovrebbe valere la stessa regola perché le banche centrali possono produrre monete senza costi e senza limiti fisici: tante quante ne vogliono. Il denaro dovrebbe essere prodotto esattamente tanto quanto serve a sostenere l’economia e gli scambi, con il fine di ottenere la piena occupazione e quindi una vita migliore per tutti, senza sacche irriducibili di povertà.

Ma allora perché siamo poveri? Perché non possiamo ricostruire le zone terremotate, dotarci delle infrastrutture necessarie allo sviluppo del nostro Paese o ancora, più banalmente, assumere in numero adeguato personale ospedaliero, insegnanti, netturbini? Perché l’Unione europea dice che la “disoccupazione strutturale” in Italia non può scendere al di sotto del 9% della forza lavoro disponibile?

Con sottile maestria, per decenni, ci hanno fatto credere che questo fosse l’unico mondo possibile, dove i mercati regnano incontrastati e dove l’autodeterminazione dei popoli è un miraggio demodé.

Dal convegno “Oltre il debito e lo spread! Economia e sistema finanziario al servizio dell’uomo”, seguito per voi a Finale Ligure da Byoblu, Guido Grossi ricorda a tutti di quando “ci hanno raccontato la favola che lasciando fare i mercati saremmo diventati tutti più ricchi e noi ci siamo fatti convincere lasciando in gestione a qualche privato questo potere”.

In molti hanno già ormai unito i puntini e hanno iniziato a capire i meccanismi di un sistema che non è naturale né ineluttabile, ma che è stato semplicemente creato dagli uomini (da “alcuni” uomini) tramite scelte di natura politica. Abbiamo il dovere di denunciare queste ingiustizie, alla base di una struttura socioeconomica imposta dall’alto e profondamente sbagliata, ma che siamo ancora in tempo per cambiare. Se lo vogliamo.

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