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martedì, Maggio 21, 2019

Val D’Agri, nuova Terra dei Fuochi: oltre al petrolio, 854 tonnellate di rifiuti tossici illegali
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FONTE greenme
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Tempo di Lettura : 3 minutiNon c’è solo la perdita di 400 tonnellate di petrolio, ma anche lo smaltimento irregolare di 854mila tonnellate di sostanze pericolose. Nell’area del Centro Oli Val D’Agri (COVA) in 16 anni sono stati contaminati 26mila metri quadri su 180mila.

Del giacimento più grande della terraferma, ne avevamo parlato a maggio dello scorso anno, quando Eni aveva ammesso che da agosto a novembre 2016, nella zona c’era stata una “perdita” di petrolio.

Parliamo di 400 tonnellate di petrolio e 6mila metri quadrati contaminati. Adesso però accanto allo sversamento, si parla di rifiuti pericolosi smaltiti irregolarmente, per una portata di 854mila tonnellate.

A ricostruire la cronaca del disastro ambientale lucano è Rosy Battaglia sulle pagine di Valori dove si torna a parlare del COVA.

“Un disastro ambientale che ha prodotto eccessi di mortalità in tutti i campi come accertato dall’indagine epidemiologica condotta da Fabrizio Bianchi, ricercatore del CNR, dove guida l’unità di epidemiologia ambientale dell’Istituto di Fisiologia Clinica”, scrive.

Le indagini dopo lo sversamento di petrolio

Lo scorso aprile per lo sversamento del petrolio è stato arrestato Enrico Trovatodirigente ENI che all’epoca dei fatti, era responsabile dello stabilimento, a inizio maggio c’è stata la sospensione per otto mesi dall’incarico di pubblici ufficiali per cinque membri del CTR (Comitato Tecnico Regionale) della Basilicata: Mario De Bona (Vigili del Fuoco), Saverio Laurenza (Vigili del Fuoco), Mariella Divietri (Arpab), Giovambattista Vaccaro (inail) e Antonella Amelina (comune di Viggiano).

“A loro spettava il compito di controllare, sotto il profilo della sicurezza e dei rischi ambientali, l’attività estrattiva dell’Eni”.

In tutto sono indagata tredici persone e l’Eni per disastro ambientale, abuso d’ufficio, falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale. All’epoca, come ricorderete, il petrolio era arrivato nel reticolo idrografico della Val d’Agri, distante solo due chilometri dal lago del Pertusillo che è la prima fonte di approvvigionamento di acqua di Puglia e Basilicata.

Il petrolio era fuoriuscito da serbatoi di stoccaggio che non erano previsti di doppifondi, una misura necessaria per evitare appunto la dispersione nell’ambiente dell’oro nero.

Lo smaltimento illegale di rifiuti

Accanto però alla situazione petrolio, durante le indagini è emerso un altro fatto allarmante, quello che riguarda lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi da parte della società petrolifera.

Secondo la Direzione nazionale antimafia, “la dirigenza ENI tra il 2013 e il 2014 ha sviluppato un ingiusto profitto, attraverso il risparmio sui costi di smaltimento degli scarti di lavorazione liquidi, prodotti dall’impianto di Viggiano, dando vita a un’attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, servendosi di una complessa organizzazione imprenditoriale”.

Nello specifico: “l’attività di estrazione petrolifera, produce ingenti quantitativi di metildietanolammina e glicole trietilenico. Sostanze inquinanti pericolose, che venivano invece qualificate, scrive la DNA, in maniera del tutto arbitraria come rifiuti non pericolosi. Tutto ciò ha permesso ai dirigenti ENI di far smaltire ingenti quantità di reflui a costi notevolmente inferiori: solo 33,01 euro a tonnellata contro i 40-90 euro a tonnellata previsti dalle aziende del settore”.

L’attività illecita ha permesso di far risparmiare alla multinazionale, tra i 34 e i 76 milioni di euro in un anno. L’Eni contesta sia l’allarme sanitario che il fatto di aver rilasciato inquinanti nell’atmosfera, stabilendo che le emissioni sono sempre state nella norma.

Ma in questi anni, l’indagine epidemiologica ha mostrato eccessi di mortalità per tutte le cause, per malattie del sistema circolatorio, per tumori del polmone e dello stomaco.

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