La resurrezione del Cristo o il ritorno di Gesù? Indagine storica sull’evento X

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FONTEuno editori
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L’indagine: dal Gesù storico al Cristo Sotér

Se volessimo analizzare, fin dove è possibile, la vita del Gesù storico, l’indagine storica tradizionale ci imporrebbe uno stop di fronte all’acme degli eventi della Passione. Come vedremo tra poco, la ricerca storico-scientifica tende a fermarsi e non oltrepassare il confine del binomio morte/resurrezione di Gesù, confermando il dato della condanna in croce come unico dato certo su cui è possibile fare speculazione storica.

Il tema di quest’articolo pare essere contraddittorio: esiste una differenza sostanziale nell’affermare la “resurrezione del Cristo” e “il ritorno di Gesù”?

A mio parere sì, per una ragione specifica, che ben ho evidenziato nei miei lavori e in alcuni dei miei articoli precedenti: per Paolo non aveva alcun senso parlare del Gesù storico, ma solo del Cristo della Resurrezione, un essere completamente divino, sotto a Dio, che incarnava totalmente la figura del Sotér (Salvatore).

Il Gesù umano e i suoi discepoli

Diverso invece il Gesù umano, oserei dire quello storico, le cui poche tracce sono rimaste nei Vangeli e la cui testimonianza è rimasta fissa nella letteratura apostolica e subapostolica con la parola aramaica Maranatha.

Secondo gli studiosi, quest’ultima parola è forse l’unica testimonianza genuina che è sopravvissuta fino ad oggi della cosiddetta “comunità gesuana” (i veri discepoli/Apostoli del Gesù storico stanziati a Gerusalemme), e che rispecchia il seguente grido esortativo:

“Dai, Signore, vieni!”.

A partire da tale parola, veniamo perciò a sapere che i gesuani attendevano l’arrivo del loro maestro da un momento all’altro, entro la fine della loro stessa generazione.

La resurrezione del Cristo non è il ritorno di Gesù.

A fronte di questi due dati (paolino e gesuano), possiamo iniziare a comprendere come sia difficile identificare la “Resurrezione del Cristo” con “il ritorno di Gesù”, ma come tali eventi siano totalmente separati. Cos’era esattamente quella “resurrezione” che Paolo (forse) identificava come il risveglio di una persona defunta?

Secondo E. P. Sanders (teologo, accademico statunitense, specialista di storia del giudaismo e del cristianesimo nel mondo greco-romano e studioso del Nuovo Testamento):

«A rigore, la risurrezione di Gesù non appartiene alla storia del Gesù storico, ma piuttosto agli effetti postumi sulla sua vita. […] Che i seguaci di Gesù (e più tardi da Paolo) abbiano avuto delle esperienze di resurrezione è, a mio giudizio, un dato di fatto, ma non saprei dire quale fu la realtà che diede origine a tali esperienze. Infine sappiamo che, dopo la morte, i suoi seguaci sperimentarono quella che descrissero come “resurrezione”: l’apparizione di una persona vivente – ma trasformata – che era morta» (Gesù. La verità storica, Mondadori 1995).

Per lo studioso, il cosiddetto “annuncio della resurrezione” (iniziato da Paolo secondo le prime fonti scritte che sono le sue stesse lettere) e la natura della stessa avevano origini che non possono essere ben definite. E a buon ragione Sanders (in maniera cautelativa) inserisce le virgolette quando parla dell’evento così come descritto in Paolo.

Se quest’ultimo ha identificato nelle sue lettere la resurrezione in un certo modo, il nucleo originario di tale evento era percepito allo stesso modo dai gesuani che venivano prima di lui e che, a differenza sua, avevano fatto esperienza diretta del Gesù storico e degli eventi immediatamente successivi alla Passione?

Una prima risposta è data da G. Barbaglio (teologo, biblista italiano ed uno dei maggiori esperti italiani di scienze bibliche) nel suo Gesù ebreo di Galilea. Indagine storica (EDB, Bologna 2002): «Penso che per mancanza di dati non si possa andare oltre a supposizioni e condivido l’opinione di Vogtle: “Non siamo in grado di offrire una risposta certa all’origine della fede pasquale”».

Eppur qualcosa è successo…

Sulla stessa scia Stephen J.Patterson (docente di Nuovo Testamento all’Eden Theological Seminary di St. Louis, Missouri (USA), collabora con la “Bible Review” e il “Jesus Seminar”), che nel suo Il Dio di Gesù. Il Gesù storico e la ricerca del significato, (Claudiana, Torino 2005, pp. 258-259) scrive:

«Qual era dunque la base dell’affermazione dei primi cristiani per la quale Dio aveva risuscitato Gesù dai morti?».

Una domanda che tenderei a riproporre in questi altri termini:

“Quali erano effettivamente i sentimenti, i dubbi, le opinioni e i turbamenti della comunità gesuana su quel dato evento misterioso, e davanti al quale gli storici si fermano, e che ha successivamente generato la dottrina della resurrezione da parte di Paolo?”.

Nel libro in uscita a Maggio 2019 per Uno Editori, scritto a quattro mani con Mauro Biglino (Dei e semidei. Il pantheon dell’Antico e del Nuovo Testamento), si tenterà di dare una risposta in merito, “facendo finta che” e rispettando la lettura letterale delle fonti a nostra disposizione, ma fedeli al contesto storico e culturale di riferimento.

L’evento X

Tratteremo così del cosiddetto “Evento X”, cioè di quella specifica causa originaria che ha poi portato alla nascita della credenza nella resurrezione e nelle successive dottrine che ne sono scaturite.

Lo storico non può e non deve fermarsi agli eventi pasquali, a differenza di ciò che afferma lo stesso Patterson quando scrive che: «ci sono molte altre questioni che sono rimaste senza risposta, e che per il credente sembrano essere le più importanti: Paolo ha davvero visto Gesù? Gesù è realmente apparso a Pietro? A Giacomo? A Giovanni? Dio ha realmente risuscitato Gesù dai morti?

Ma queste non sono domande per lo storico, sono al di fuori della sua capacità di conoscenza. Tuttavia sono le domande più importanti per il credente, perché vi si può dare risposta soltanto a partire dalla propria fede, dalla propria convinzione su chi è Dio. La risurrezione è realmente avvenuta? Dio ha risuscitato Gesù dai morti? Gesù ha detto il vero su Dio?

Sono tutte una stessa domanda, e a tutte bisogna rispondere nello stesso modo: prendendo la decisione, assumendo il rischio di credere nel Dio di Gesù. A questo punto la storia non può più essere di alcun aiuto» (Il Dio di Gesù. Il Gesù storico e la ricerca del significato, op. cit.).

Nessuno vuole prevaricare la sfera della fede

Se il credente trova, attraverso la fede, una consolazione per la sua stessa vita e motivo di serenità per sé stesso nei racconti pasquali, lo fa nella piena legittimità della sua intima ricerca personale e spirituale.

Lo storico può procedere per una strada alternativa e parallela, a motivo di quell’Evento X di natura misteriosa, e che ha originato un annuncio che ha inevitabilmente influenzato la storia. Ignorare la causa di tutto ciò sarebbe contrario al compito di ogni storico serio.

Se la fede ha un suo diritto nell’essere rispettata, così deve avvenire anche per l’indagine storica per far luce, fin dove è possibile, su una probabile verità.